Donne sull’orlo di una crisi d’età

Tra 5 mesi compirò 29 anni.
Che bell’età. Che bell’età del cazzo.
Mia mamma, l’altro giorno mi ha beccata mentre tristemente tiravo su le rughe della fronte. Tipo che se avessi avuto delle forbici e della colla, avrei combinato un casino.
Comunque. Lasciatemi spiegare perché i 29 sono un’età di merda.

I miei anni d’oro si sono svolti in una Milano entusiasmante, dai 20 ai 25 anni.
Condividevo un bilocale sui Navigli con due fulminate, la mia famiglia.
Bibi mi iniziò ai piaceri del vino, Elena ai piaceri della carne.
Non andavo a letto con Elena, sia chiaro, ma lei, circa il secondo giorno di convivenza, non ebbe nessun problema nel dirmi che dovevo darla via in maniera agguerrita.
Ed io presi questo suggerimento un pelo troppo sul serio.
Furono anni confusi.

Ricordo che dormivamo poco, e raramente da sole.
Ricordo di gente che entrava e usciva da casa, mai vista prima, e mai vista più.
Qualcuno trovato in un locale, che saliva per fare pipì, o che voleva un divano su cui recuperare le forze.
Ricordo che studiavamo di notte, perché di giorno pareva brutto, e di notte faceva figo.
Ricordo di sveglie abilmente ignorate alle 3 del pomeriggio.
Le sveglie non vanno mai ascoltate, all’università.
Si ha tutta la vita per rispettare orari indecenti.
Ricordo di partite a nascondino in strada, alle 4 del mattino.
Ricordo di cene, terminate con uno stravagante coma etilico. “Chiamo un’ambulanza? “Non dire minchiate e dammi del Prozac”
Ricordo di ottime e vane intenzione sul fare le pulizie.
Ricordo di animali, uomini sfacciati, e uomini che hanno provato a farci innamorare. Mai contemporaneamente però.
Ricordo di feste e di autostop.
Ricordo di loft di artisti e di canzoni cantate saltando sul letto.
Ricordo di materassi attaccati, perché dormire da sole a volte faceva paura.
Ricordo di preghiere. Tantissime preghiere. “Dio ti prego fa che mi chiami. Dio ti prego, se mi fai passare l’esame non limono più come un mignottone. Dio ti prego fa che questo non le abbia passato l’AIDS, che dalla faccia non si sa mai. ”
Dio comunque era nostro amico. E miracolosamente ci ha sempre mantenute vive e in discreta salute.

Questa dei quasi 29 anni-porca-troia-sono-tantissimi- è un’età ridicola.
Prima era più facile.
Quando le parole erano parole e al massimo ci mettevi dentro un fottecazzo, e tutto era più chiaro, senza termini come selfie, o hipster, che ci fanno sembrare un branco di ritardati.

A 28 anni e mezzo sei in quel limbo atroce dove la metà dei tuoi amici stanno figliando e l’altra metà pensa Manco per il cazzo che mi metto una in casa, che non sia la colf.
Una metà sta prendendo dei master fighissimi in giro per il mondo, facendo bellamente ancora la vita dello studente, e quell’altra metà è manager d’azienda.
Una metà ha una casa propria con relativo muto-mi-paghi-per-quartant’anni-tiè- e l’altra metà non molla la mamma nemmeno se lei promette che non si suiciderà, e continuerà a fare il bucato per la prole avventurosa almeno due volte la settimana.
Una metà dice Ho quasi trent’anni devo mettere la testa a posto. E l’altra metà, Sto invecchiando meglio che continui a spaccarmi prima che arrivino i calcoli renali, la sciatica e addio party.
Questo è poi il dilemma.
Non ci è dato sapere quando è troppo presto e quando è troppo tardi.
Stiamo perdendo tempo o ce la stiamo vivendo un casino?
Non ci è dato sapere nulla.
Pensi ingenuamente che a quasi trent’anni esista una consapevolezza.
Col cazzo. Io, l’unica consapevolezza che ho è che un giorno morirò, e che Rossella avrebbe dovuto scegliere Rhett, e lasciare in pace quel piagnucoloso di Ashley, che non la meritava, per dio.
Non ho nemmeno consapevolezza sul mio gusto estetico.
Quando all’università arredavo casa c’erano due opzioni: o il mio appartamento era figo, o sembrava che avessi rubato la moquette ad un centro sociale. Due erano le alternative.
Ora sento cose come ” Non male il salotto, molto shabby chic”.
Che cazzo vuol dire shabby chic? Fa cagare? Ti piace un casino? Dimmelo su.
Nessuno mi dice nulla, ma tutti, con adorabile mestizia tipica di uno che ti sta per infilare un coltello tra le costole, mi ricordano
che ho quasi trent’anni.
E’ vero. Ho quasi trent’anni.
E come diceva qualcuno: fino a quando la mie età inizierà con il numero 2, avrò ancora il diritto di essere scema, e il dovere di essere soda.
Sulla seconda ci sto lavorando. Giuro.

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