Storia di S. dagli occhi color del mare

Ho promesso a S. che avrei raccontato la sua storia.
Ci ho pensato tanto, perché il tema è spinoso e io non sono nessuno per autoproclamarmi paladina delle ingiustizie. Ma la storia di S. è comune, nella sua atrocità.
E a distanza di quasi sette anni, questa storia ho deciso di raccontarla.
Perdonami S. se non sarò perfetta. Se tralascerò delle parti. Se non sarò abbastanza lucida da ricordarmi i dettagli.

S. è una ragazza bellissima.
Ha gli occhi color del mare e la mente da farfalla.
Vola S.
Vola nei suoi sogni di ventenne che si affaccia sul mondo. Con la curiosità di chi non sa, ma vorrebbe tanto sapere.
S. la conosco all’Università, quando ancora penso di diventare una grande scrittrice.
Lei mi confida che vuole fare la maestra. Che i suoi genitori sono contrari, e lei studia per farli contenti, ma appena si sarà laureata, si ribellerà.
S. crede che ci sia un momento giusto per ribellarsi, non capendo che la ribellione avviene ogni giorno, la lotta deve essere costante, sennò è follia suicida.
Ma S. è una di quelle persone che con la tranquillità ci fanno l’amore ogni giorno.

S. nella mia mente è rimasta quella ventenne là. Non è mai cresciuta.
Ha ancora i capelli lunghi, sempre legati, quasi spaventata a lasciare libera la parte migliore di sè.
Lei, con la sua passione di prendersi cura degli altri, dimenticandosi di prendersi cura di se stessa.

S. conosce M. a mostra. Uno di quegli eventi assolutamente milanesi in cui si ha l’illusione di essere lì perché si è importanti, e non infanti capitati per caso.
M. ha dieci anni in più di lei.
E’ un uomo di periferia, cresciuto nell’indifferenza e nello squallore.

S. decide di portarselo a casa, di adottarlo, come si fa con un cucciolo di cane abbandonato.
Le donne hanno questa propensione materna che le rende vulnerabili verso i danneggiati, gli irrimediabili, i dispersi. Verso tutti quegli uomini che hanno navigato in acque troppe infide per loro, marinai inesperti, che dal mare non sono riusciti a tornare salvi.
M. si è approfittato di quell’amore. Forse non è riuscito a capirlo, quell’amore.
O semplicemente non era degno, di quell’amore.
E tra un Ho sbagliato, non lo farò mai più, e un Perdonami, sono una di quelle persone che non riescono a riconoscere una cosa bella, quando ce l’hanno tra le mani, M. porta S. alla deriva.
La trascinata in quel baratro di botte e bugie, tipiche degli “uomini” indegni.
Indegni di amare, o anche semplicemente di vivere.

S. aveva gli occhi del color del mare.
S. che poi aveva gli occhi della palude. Di quella palude che ormai è stata avvelenata da un uomo vigliacco che dentro al mare ha gettato tutto lo schifo chimico possibile.

Avevo promesso a S. che avrei raccontato la sua storia.
Perché ci sono storie malate, putride, insane.
Che ti avvolgono e dalle quali non riesci a liberarti.
S. ad un certo punto aveva una missione. Sacrificare se stessa per questa persona. Per salvarla.

Io non so se S. l’abbia salvato.
Non so se M. sia vivo, anche se in cuor mio spero di no.
Non so neanche se S. sia sopravvissuta ai lividi della mente, del corpo e del cuore.

Ma io spero ogni giorno che S. abbia avuto, per una volta, il coraggio di apprendere l’amore verso se stessa, che poi è l’unico in grado di salvarla.

Io spero che S. legga questo post.
Spero che S. abbia dimenticato.
Che stia vivendo la sua, finalmente, prima giovinezza con un uomo che si stia giornalmente prendendo cura di lei.
Che abbia tanti bambini a cui insegnare che un uomo che ti mette le mani addosso è un uomo da denunciare. Da evitare. Da abbandonare.
E mai da salvare.

Ti penso, S.

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