WhatsApp mi devi una relazione

Prendo un amore.
Uno un po’ imperativo, categorico, un amore che spero mi urli Sono qui, sono io.
Prendo un amore così e lo unisco ad anni di ricerca di un amore così.
Di aspettativa. Di attesa. Di competizione. Di sudore.

Unisco questo amore che spero mi urli Sono qui, sono io e lo mescolo alle nuove tecnologie che dovrebbero aiutarmi, farmi capire, intuire, facilitarmi questa caccia all’oro.
Sono qui, sono io diventa grazie a questo miscuglio, una relazione perfetta.
No, ovviamente.

Perché se l’amore è eterno finchè dura, WhatsApp è eternopunto.

E così, con lo spirito di una maratoneta che sta per arrivare all’agognato traguardo, inizio una relazione virtuale 2.0 con il mio Sono qui, sono io.
Ma non è che la cosa sia proprio voluta.
Cioè.
Sono qui, sono io del nuovo millennio non telefonano.
Si fanno i piani telefonici da 19.90 euro al mese, con 500 minuti di chiamate incluse, che manco stessero per decidere al telefono le sorti della Kamchakta, ma non mi telefonano. In compenso hanno 1GB di Internet e stanno tutto il giorno su Facebook.

I vari Sono qui, sono io amano incondizionatamente WhatsApp.
E si dividono in due macro categorie.
Gli annoiati cronici.
“Ciao come stai?”
“Bene grazie tu?”
“Giornata così così”
“Cosa succede?”
“Mah niente”
Fine.
Sempre un mucchio di emozioni.
Siccome chattano anche con la madre in cucina, hanno perso totalmente la capacità di flirtare.
E non dicono un cazzo. Che se avessero ancora gli SMS pre abbonamento, quelli per capirci che costavano 10 centesimi caduno, vedi che queste boiate di certo se le risparmiavano.

Poi ci sono quelli, che se si può, sono anche peggio.
Gli allupati perenni.
“Cosa hai addosso?”
“Un maxi dress di H&M.”
“Mmm. Mi eccito. Tirati fuori un capezzolo e inizia a leccartelo”
“Sono davanti al maxi frigo del supermercato. Vuoi che inizi anche a fare Muuu, ritardato?”

Tra queste due colonne portanti di testosterone, se ne aggiungono altre, non meno inquietanti.
Ho conosciuto uomini che si svegliano alle 3 di notte per collegarsi a WhatsApp per mostrare alle ragazze con cui stanno uscendo di essere in giro a far festa, innescando appositamente la loro gelosia, e la conseguente rottura di coglioni biblica.

Ho conosciuto molti Sono qui, sono io che fanno i poeti con il culo di Shakespeare.  Quella frase, intercambiabile, che leggo sperando che si riferisca a me, e mai, porca troia, si riferisce a me.
“Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”.
Io, con tutta la cellulite che ho, sono fatta d’acqua, altro che di sogni-. 
E via alle illusioni che quel cuscinetto adiposo sia una costellazione schiantatasi per caso sul mio gluteo sinistro.
O quella frase che dice:” Evviva, il Milan ha vinto!” e io penso abbia sempre un altro significato, più inconscio e nascosto, come se volesse urlare: “Stasera mettiti una lingerie arrapante, che sei mia. Ah scusa. Non solo stasera. Sarai mia per sempre, baby”.
Ecco. Le farsi equivoche(cosa avete mangiato, la squadra che tifate, il colore della vostra cravatta) no, per favore, che ad illudermi ci metto un attimo.

Ho conosciuto degli Sono qui, sono io che digitano. Digitano da ore. Io sono lì, appesa tra la vita e la morte, agognante di essere invitata a cena e loro sono in sta scrivendo… da 10 minuti. I maschi dovrebbero sapere che la quantità di aspettative che creano in quei 10 minuti, può essere paragonata solo a quella di Raperonzolo di poter uscire dalla torre.
E non è che dopo quei cazzo di 10 minuti arrivi una dichiarazione d’amore. Neanche un sonetto. Una poesia? Una canzone? Un trailer romantico come a dire Ehi baby, stasera cinema? No. 10 minuti per scrivere Sono in riunione, ti chiamo domani. Eccerto. La tua riunione è con Obama e dura 24 ore! Cosa discutete, della pace del mondo?

Ho conosciuto una moltitudine di Sono qui, sono io online. Online per ore.
Ecco. L’online invece è il più grande dispensatore di insicurezza femminile della terra.
Innanzitutto, uomo, sei online e non mi stai scrivendo. Quindi stai chattando con un’altra.
Ci sarà un girone infernale creato apposta per te, scellerato bastardo.
E poco importa se lui sta prenotando via WhatsApp una ceretta all’inguine. Se è online e non mi scrive, gatta ci cova.

Non meno paranoico è il Sono qui, sono io che non chatta da 12 ore. In 12 ore io posso attraversare l’Italia in treno. E tu, uomo, vuoi dirmi che in 12 ore non hai scritto a nessuno, non ti sei mai collegato, non ti sei nemmeno palesato a tua nonna?
Ovviamente la verità è sotto gli occhi di tutti.
Sei a letto. Con una bionda. Tettona. 54 chilogrammi. Classe 93. Con le All Star. E il polpaccio magro.
E’ ovvio, stronzo.

Tralascio la spiegazione di cosa avvenga nel cervello di una donna-me stessa, in primis,- quando vede il Visualizzato alle ore 12.03 e sono solo le 17.49, e ovviamente il Sono qui, sono io non si è degnato di rispondere, perchè si sa. Il maschio moderno è impegnatissimo.
Vorrei dire a questo Sono qui, sono io, che può levarsi dalle balle, perché non solo mi crea ansie continue, ma di uno così me ne faccio meno di una coccola post coito.

Ricapitolando: la tecnologia non mi sta aiutando, e mi trovo ad avere più paranoie di una quindicenne davanti ad un nuovo brufolo, il giorno del suo primo limone.
Chiamate, maschi chiamate.
Un ciao come stai, volevo sentirti, è sano, ci piace, non crea disagio e ve la diamo più volentieri.
Please.

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