L’amore e i gusti che cambiano

Non c’è niente da fare. I trent’anni mi guardano con occhi ammiccanti come a dirmi Tra poco ci siamo, bellezza ed io capisco che hanno tremendamente ragione.

L’altra sera sono andata in un locale con le mie amiche. Si è avvicinato un cameriere che con sguardo languido di un orso che sta per papparsi un salmone, dice: Cosa ci fanno 3 ragazze così belle da sole? 
Ecco. Noi ci siamo guardate abbiamo sorriso e ce ne siamo andate. Manco una risposta, gli abbiamo dato. Manco un occhiolino, una mano serena sulla spalla come a dirgli Tu non c’entri, siamo noi che siamo stronze. Niente.
E in macchina giù a ridere perchè 10 anni fa per sta frase del cazzo ce lo saremmo portate in branda uno così, prima una e poi l’altra e infine l’altra ancora, o tutte e 3 insieme, che tanto nessuno si sarebbe scandalizzato.
E ora, senza neanche aver sorseggiato un Long Island, imbocchiamo la via d’uscita, oltre al viale del tramonto.
Perché i gusti cambiano e volenti o nolenti dobbiamo farci i conti.

1) L’Artista  
All’università non potevo stare nella stessa stanza con un pittore, uno scultore, o qualunque uomo sapesse fare qualcosa di figo con l’uso delle sue manine, che me ne innamoravo in 5 minuti netti.
L’artista era colui che mi inebriava con i racconti delle sue opere, dei suoi progetti.
Sempre in balìa di emozioni fortissime e dissonanti, era capace di slanci d’affetto e abissi infiniti nell’arco di quattro secondi.
Ora li guardo come se fossero un branco di disadattati. Appena uno esordisce con Vivo della mia arte, io subito penso a un sottoponete accogliente per 2, con angolo cottura che dà direttamente sul fiume e una cena a base di avanzi e topi.
Cerco concretezza. Maledizione.

2) Il Barista
Un must. Appena entravamo in un bar, decidevamo se fermarci a bere qualcosa in base al culo del barista.
Quello che diceva frasi ammiccanti per farci consumare un altro Mojito era il nostro preferito ed era anche l’unico che avesse sempre più voglia di noi di fare del buon sesso.
Ora mi sento cretina. Ci ho provato, davvero. Mi avvicino, questo mi guarda e mi dice le stesse frasi che sentivo a vent’anni. E provo un sacco di tristezza. Quindi mi alcolizzo e me ne vado. Da sola.

3) Il Buttafuori
Quello che aveva le chiavi per farci arrivare ovunque. Concerti fighi, locali di tendenza, bar sovraffollati. Il salvatore assoluto. Quello da cui andare quando qualcuno ci dava fastidio in discoteca.
Quei bicipiti, quell’altezza da colonna portante, quella schiena pazzesca. Quanto testosterone in un solo corpo. Si avvicinava con quell’andatura da Ercole alle prese con la settantaseiesima fatica.
Ora lo guardiamo e ci sembra sempre che cammini come se avesse un treno nel culo e ogni volta dobbiamo resistere alla tentazione di non avvicinarci con uno spillo per vedere se riusciamo a farlo esplodere.

4) Il ribelle
L’anarchico. Alle manifestazioni si riempiva la bocca con paroloni come libertà, uguaglianza, fraternità e noi lì, che volevamo andare a letto con sto Robespierre de noantre.
A differenza nostra lui non è cambiato. Dice ancora le stesse cose, con la stessa enfasi, ma sappiamo che ci crede un po’ meno.
E mentre noi siamo andate avanti con la nostra vita combattendo battaglie tutti i giorni, lui è lì, a lamentarsi per la carta igienica che costa troppo, smanioso di occupare l’ennesimo centro sociale insieme a teenager che potrebbero essere figli suoi.
Una disperazione.

5) Il partecipante ai reality
Ci sembravano tutti belli, grandi e famosi.
Morivamo dalla voglia di farci vedere con qualcuno che fosse stato in tv. Noi, scelte tra centinaia di dementi più fighe e più sceme. Un sogno pazzesco.
Ora lo guardiamo, rendendoci conto che ha parlato per 24 ore no stop di scoregge e di tragedie familiari, che nel reality di turno si è mangiato lombrichi e code di scoiattolo e che si è trombato la shampista analfabeta. All’idea di uscirci in pubblico ci vergogniamo come ladre.

6) Il bullo del quartiere 
Moccia ha mietuto delle vittime. E non ditemi di no che tanto non vi credo.
E con Step ci abbiamo ricamato trame di tessuto che manco la nostra sarta. Bello, affascinante, cattivo e redento.
Quanti bad boys abbiamo provato a salvare? Io circa 101.
E alla soglia dei trentenni ho capito che lo stronzo non si trasformerà mai in orsetto lavatore.
E se vedo uno che si scalda come una teiera, facendo a botte in zerodue, io provo tanta tristezza per la sua mamma.
Che ci volete fare, ormai riesco ad identificarmi solo con le mamme.

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Ora ci piacciono gli artisti famosi che espongano magari a New York, i baristi part-time, che durante il resto del tempo si dedichino a battaglie sociali per i diritti dei gay, qualche partecipante a serie tv dedito al teatro impegnato e magari un ex buttafuori, che abbia mantenuto i suoi magnifici bicipiti, ma nel tempo libero salvi le foche in Antartide con GreenPeace.

Abbiamo cambiato gusti sì, ma siamo anche più selettive, più schizzinose forse – se si può – ancora più confuse e l’impiegato che faccia l’impiegato e basta non ci soddisfa. Deve essere un po’ tutto, sennò sai che noia.

Manco a dirlo era più facile a vent’anni quando i cantanti erano cantanti – al massimo studenti -, i rappresentanti d’istituto amavano solo la politica, i calciatori correvano dietro a un pallone, mica fondavano società e mantenevano baby squillo.
Checcazzo.

Questa voce è stata pubblicata in Le trentenni, MaryG world.

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