La tragedia degli amori giovanili

Ci siamo cascate tutte.
E per tutte intendo proprio tutte.
Gli amori giovanili hanno mietuto più vittime di Leo in Titanic.
Ci hanno fregato. Disintegrato. Fatto nascere consapevolezza, ma soprattutto insicurezze.
Ci hanno obbligato a paragonarci a chi aveva una vita amorosa felice. Ci hanno fatto compagnia mentre piangevamo con un cuscino sulla bocca.
Una tragedia, lasciatemelo dire.

Nella pienezza della nostra adolescenza sognavamo. Sognavamo così tanto da poter mettere in scena almeno due lungometraggi della Disney. Eravamo come spugne che assorbivano impulsi e sentimenti.
Alla domanda cosa vuoi per te stessa da grande, le più coraggiose rispondevano:”L’amore”,  le altre lo pensavano soltanto.
Ci siamo colmate di sentimentalismi, di libri dal finale felice, di illusioni.

Crescendo abbiamo conosciuto diversi ragazzi carini, con i quali abbiamo provato vagamente a sperimentare quell’idillio romantico di cui non riuscivamo a fare a meno.
E lì. La catastrofe.
Perché questi adolescenti mai una volta che abbiano azzeccato la cosa giusta da dire.
Mai una volta che sapessero dove mettere la mani.
Mai una volta che non capissero quanto amore eravamo propense a dar loro.
Se corrispondevano il nostro idillio, era perennemente in agguato una tragedia.

M. fu colui a cui diedi il primo bacio.
In un sottoscala del patronato. Non partivamo benissimo, me ne rendevo conto, ma non ci turbavamo. L’ottimismo era l’ingrediente principale delle storie delle medie, come la crusca nella dieta Dukan. Poi non mi chiamò più per 12 giorni. Alla fine mi mollò per telefono dicendo che l’amore non era sbocciato.
Grazie al cazzo, M.

La cotta per M2 avvenne a 15 anni. Era dannatamente bello ed io lo aspettavo tutte le mattina all’incrocio tra casa mia e il suo liceo. Ci conoscevamo, andavamo d’accordo e questo mi bastava per mettere la sveglia mezz’ora prima del solito ed aspettarlo. Al freddo, al caldo, se pioveva, se c’era la nebbia, io ero lì, a quell’incrocio, con le mani nei guanti di lana o con gli occhiali da sole nuovi.
Il semestre successivo M2 baciò una mia amica.
Come avevo fatto a pensare che un suo Ciao corrispondesse ad un Mi piaci?

Qualche anno dopo mi innamorai perdutamente di A., che palesemente mi voleva bene, ma non si esponeva. Cantavamo in macchina in un’età in cui io la patente me la sognavo. Ci distendevamo sui muretti a vedere le stelle. Mi diceva cose importanti. Un gesto non era solo un gesto, ma una promessa.
Ed io sognavo case nella prateria e bambine con le fossette sulle guance.
Capii molti anni dopo che A. aveva la stessa intenzione di fidanzarsi con me, che ha una matricola di sfidare sul ring Mike Tyson. Ma io c’ho creduto perdutamente. Per ben due anni.
A diciassette anni si ha una pazienza sorprendente, anche quando non si viene baciate.
A diciassette anni si ha la tenacia di pensare che sia amore, anche se non si viene toccate.

Poi arrivò P., l’ultimo della mia gioventù. Come l’ultimo uragano che distrugge una casetta fatta di assi di legno e di buoni intenzioni.
P. lo stronzo, P. la merda.
P. che mi fece decretare senza mezzo termini che era il caso di cambiare strategia.
E così via a notti folli, autostop, bottiglie di vino scolate in biblioteca, ed il cuore perennemente lasciato a casa.

Dopo P. ricordo amori volutamente sbagliati. Di quelli che sai che non c’è storia, di quelli con cui si sperimenta e basta, di quelli che usi per mettere la mani su un corpo maschile.
Sono state persone che hanno fatto parte della mia vita per un’ora o per anni, che sono inciampati nel mio groviglio di capelli, ed alcuni hanno deciso di fermarcisi.
Hanno immediatamente perso il candore di quell’attesa all’incrocio, sono stati accolti con meno entusiasmo, a nessuno è stato permesso di assentarsi per 12 giorni.
Hanno formato un minuscolo esercito di parole mai a caso, di frasi concrete, di richieste e di poco romanticismo, perché mai avrei permesso loro di sussurrare frasi dolciastre dopo una mera notte di piacere.
Ero diventata selettiva. Non con i miei amanti, ma con le parole che decidevamo di pronunciare.

A questo sono serviti i miei amori giovanili.
A pesare il peso delle richieste e delle parole.
A considerare il romanticismo per pochi.
A non concedersi emotivamente dopo il primo trillo del telefono.
Sto ancora imparando, sia chiaro.

Questa voce è stata pubblicata in Le trentenni, MaryG world.

Commenti

  • Caterina

    Da brividi.
    Come sempre.

  • Таня Танечка

    Insegnami come si fa.

  • Alessandro

    Ora capisco perchè odi così tanto gli uomini… Hai avuto sfiga…

    • ConfessionidiunaMenteCinicaIstericaeRomantica

      Non odio gli uomini. Affatto. Dormo con uno da cinque anni che amo moltissimo. Mi piacciono i suoi amici, mi piacciono ancora degli ex che ho avuto. Mi piacciono gli uomini.
      I ragazzini indecisi invece mi creano l’ulcera. E l’ulcera la odio.

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