Credevo fosse amore e invece erano botte

Oggi è uno di quei giorni in cui bisogna parlare di un argomento.

Bisogna.
Come quando c’è la giornata della memoria e su tutte le reti televisive vanno in onda Schindler’s List, il Pianista, La Vita è Bella.
Li conosciamo a memoria, tutti e tre. Quella splendida bambina con il cappotto rosso è stata una dei personaggi più inquietanti della mia infanzia.
Eppure, nonostante la pesantezza del tema, nonostante urliamo STOP BOMBING ISRAEL, quei film ce li guardiamo ogni anno, con la solita struggente malinconia.
È un fattore di rispetto, di passato, se si smette di ricordare si dimentica, di ipocrisia, perché piangendo alla vista di carcasse ammassate, ci sentiamo in pace con le nostre putride coscienze.
Ed è il motivo per cui oggi, parlerò della violenza sulle donne.
È un tema che mi è caro, un argomento sul quale ho litigato con quasi tutti quelli che conosco.
L’ho affrontato diverse volente su questo blog (Storia di S. dagli occhi color del mare), descrivendo questi esseri schifosi come l’ultimo anello evolutivo della specie umana.
Uomini vili, senza palle, frustrati, che hanno bisogno di mostrare i centimetri del loro pisello, nella violenza delle loro mani.
Siamo tutti d’accordo nel sostenere che i bambini vadano educati. Quando rispondono male alla mamma, quando picchiano un compagno di classe, quando si nascondono dietro ad un nickname per insultare un conoscente su Ask.com, quando prendono in giro l’amica in sovrappeso.
Tutto vero e disarmante nella sua infinita consapevolezza.
Ci uniamo nel disappunto quando Barbarella D’Urso manda un’intervista di 45 minuti sull’ennesimo caso di violenza familiare. Ci raccogliamo chiedendoci come sia possibile che le donne allevino dei mostri.
Crepet ci fa due coglioni quadrati sulla psicologia infantile e sui traumi inconsci.
Siamo diventati una nazione piena di espertissimi psicologici ed educatori senza laurea, grandi conoscitori degli animi umani, per poi non riuscire a controllare i nostri bambini manco al ristorante.
Ma io ho un altro tipo di pensiero. Parallelo, se vogliamo.
Che ad essere educate devono essere anche – e soprattutto – le donne. 
Perché la violenza non inizia mai con le botte. Nè con un omicidio.
Parte tutto da un prima.
Dalla prima volta in cui ci sentiamo rispondere con un tono troppo aggressivo per essere ignorato, che giustifichiamo con un serafico Ha avuto una giornata pesante in ufficio. 
Dal primo Stai zitta, che ci dice, come se avesse a che fare con un chihuahua che abbaia troppo.
Dalla prima sfuriata per aver trovato un messaggio del collega che ci prova.
Le botte arrivano dopo. 
Dopo che abbiamo abbassato la testa davanti a una raffica di insulti.
Dopo che abbiamo pensato Tanto non cambia niente. 
Dopo che abbiamo silenziosamente accettato la sua storica predominanza maschile.

Se siamo complici nell’essere trattate male, se siamo consapevoli di non essere trattate come desideriamo, se chiudiamo un occhio prima e l’altro dopo, allora chiudere le braccia per cercare di ripararci dai pugni vigliacchi, sarà solo la naturale evoluzione della nostra relazione.

Educhiamo le nostre bambine, le nostre amiche, le nostre sorelle, le nostre mamme, ad alzare la testa, ogni volta che si verifica qualcosa che non si desidera, che stona dalla meravigliosa equazione amore-felicità-sicurezza anche a costo di passare per esagerate, per scassacazzi, per psicotiche, per nevrotiche.
Educhiamo le nostre bambine che ci sono due tipi di uomo-merda.
Quello che non chiama dopo averci giurato amore eterno, del quale si ride con le amiche e lo si manda simpaticamente affanculo.
E quello che ci mette le mani addosso. Da mandare, meno simpaticamente, in galera. 

Questa voce è stata pubblicata in MaryG world, Uomini merdosi.

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