La furia dei 30 anni

Ho aspettato dieci lunghi anni.
Ho aspettato così tanto che ho imparato la pazienza e la perseveranza, aggettivi che a vent’anni mi sembravano più gusti del gelato, che caratteristiche possibili per una mente post adolescente come la mia.
Avevo diciannove anni, in un momento storico in cui tutti potevano essere effettivamente chi volevano e non La veterinaria no, perché a Padova ci sono più veterinari che cani, L’architetto no, perché c’è la crisi, La maestra no, perché i bambini sono diventati concentrati orribili di maleducazione, L’astronauta no, perché ce n’è già una, arrivi tardi bellezza. 
A diciannove anni avevo effettivamente il mondo in mano.
Ero solamente una tela bianca, con qualche sparata di fucsia e viola che non passano mai di moda.
Il fucsia erano i sogni, il viola gli amori irrealizzati, perché io, a diciannove anni, già vantavo un curriculum poco inviabile in Sfiga in amore, venga signora, venga.
Ed invece volevo crescere.
Per capire chi fossi davvero perché tutti mi dicevano che la vera consapevolezza di sé arriva dopo i venticinque anni, che la saggezza a diciannove anni mica la si può vincere insieme alla patente, che gli uomini sono un mondo a parte che si è in grado di decifrare dopo anni e anni di frequentazioni masochiste.
Insomma, io volevo crescere un casino.
Volevo sbagliare e pagare, perché il concetto del Chi rompe paga e poi sono cazzi suoi, mi è sempre piaciuto tantissimo. Senza avere nessuna idea di che tipo di conto mi avrebbe presentato la vita.
Volevo innamorarmi e mettere su una casetta con grandi specchi e un bel giardino. Non avendo ben chiaro dove e con chi, iniziare questo idillio alla Biancaneve, senza nani.
Volevo costruirmi una carriera, senza nessuna propensione allo studio e con poche passioni e nessun talento.
Perché c’è chi nasce anche così.
Con tanti desideri finiti, ma nessuna idea di come realizzarli.
Sono coloro che sanno bene dove vogliono arrivare, in che villaggio terminare il viaggio, è il tragitto che li frega.
Ecco, per me era così.
Un foglio bianco, con scritto, alla fine, a caratteri cubitale HAPPY ENDING, senza una trama però, solo quell’happy ending che sapeva di bellezza e di fine e di felicità, ma manco un disegno, un progetto, una frase di senso compiuto, nulla.

A vent’anni non era più bello. Per me è bellissimo anche ora.
Ho vissuto storie assurde, ho del materiale psico-amoroso-sessuale con cui scrivere almeno un paio di libri. Ho viaggiato tantissimo e posso dire di essere la persona che avrei tanto voluto essere quando pensavo ancora che la fellatio fosse una teoria filosofica.
Bella vita, Grazie vita.
A vent’anni però, era solo molto più facile.
Quando potevi fare tutto quello che volevi, al massimo giustificavi le minchiate con un Sono giovane, imparerò, sceglievi un paese in cui vivere e andare, partire, mille università pronte per te, pubbliche, private, se eri cazzuta c’erano le borse di studio, altrimenti pagavi e stavi anche zitta, somara.
I vent’anni e il nostro essere possibilisti. 
Sui gusti dei vestiti, sulla musica da ascoltare, sul ragazzo da limonare.
Ora è più complicato.
La società si aspetta una coerenza, perché abbiamo trent’anni, il tempo per sperimentare è finito. Ora dovremmo investire.
Su noi stessi, su un progetto, su un lavoro, su un figlio, su un compagno.
Volevi un uomo al tuo fianco bello come Brad, fisicato come Daniel e affascinante come Leo? Beh, non lo sai gestire uno così, beccati il dirimpettaio senza capelli.
Adesso lo sai, sorella, basta illusioni. 

Ora se cambiamo idea, se capiamo di aver sbagliato, se abbiamo intrapreso una strada che non era proprio quella giusta – Ma pensavo fosse la mia! – rischiamo tantissimo.
Oggi, in una società in cui a trent’anni sei troppo vecchia per fare la stagista, ma non hai ancora competenze per essere una manager, – Cazzo, mi sono laureata da poco, ho fatto 6 stage non pagati, datemi tempo -, ma non ce l’hai tempo, babe. 
Non ce l’hai perche a trent’anni ti vogliono fuori di casa, e fotte se guadagni 700 euro e lavori come cameriera il weekend. Non ce l’hai perché a trent’anni sarebbe bello fare un figlio, Ma del contratto decente se ne parla l’anno prossimo ok? Ah, per l’anno prossimo intendono il 2017.
Non ce l’hai perche se decidi che sei fighissima e ti apri la partita IVA Così posso avere un sacco di clienti, poi il primo che ti offre un lavoro e uno stipendio da denuncia, ti informa anche che, nonostante la tua indipendenza sulla carta, di fatto sei legata a quella cazzo di sedia, e se ti va bene, bene, altrimenti fuori c’è la fila.
Non ce l’hai perché assumeranno un inglese/tedesco/americano laureato a 23 anni, che parla 3 lingue e va da sé, che ti farà un culo così.
Non hai un cazzo di tempo, a trent’anni, per cambiare idea.

Preghiamo solo che le strade che abbiamo scelto siano quelle giuste, perché all’improvviso, a trent’anni, in Italia, quel chioschetto di Hot Dog sulla spiaggia di Copacabana, non sembra più un’idea da sfigati bamboccioni, un pelo choosy.

Preghiamo che ci vada bene, visto che ormai i tempi per sperimentare sono belli e finiti. Ci rimangono solo tante storie da raccontare.

Questa voce è stata pubblicata in Le trentenni, MaryG world.

Commenti

  • http://www.facebook.com/1512806399 Valentina Campisi

    è verissimo! … per quello ho scritto “erano belli i 20 anni! sono stati belli i miei 20 anni!” e dopo che la vita ti fotte! #truestory :* baci cara 🙂

  • Anonimo

    ….tutto vero e non consola il fatto di essere in tanti nella stessa situazione…..cazzo!!!!

    • http://confessionidiunamente.wordpress.com ConfessionidiunaMenteCinicaIstericaeRomantica

      A me un pochino consola. Sapere che ci sarà sempre qualcuno con cui dividere una boccia di vino perché è afflitta dalle mie stesse paturnie. Non credi? 😉

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