C’erano una volta i Dovremmo

Berrei  volentieri un caffè con te perché sembri interessante.
Penso la stessa cosa di te.
Lo berremmo mai quel caffè?
E perché no?
Perché sai come funzionano queste cose. C’è l’entusiasmo iniziale e poi subentrano la pigrizia, la sciatteria, gli impegni, “Ma sì la chiamo un’altra volta” e così via.
Vuoi venire ora a bere un caffè con me.
Sì dovrei.
Quindi vieni?
Ci penso.

Mi hai preso per mano e mi hai detto di seguirti. Non so se voglio seguirti perché il posto dove vuoi portarmi è pieno di strade sterrate ed io ho i tacchi alti. La verità è che sappiamo entrambi che quei tacchi sono una scusa. Sono una donna, e come tutte le donne nascondo un paio di scarpe da ginnastica  nel bagagliaio della macchina. Basterebbe che me le cambiassi e potrei seguirti ovunque.
Dovrei seguirti ovunque. Ma poi penso al sentieri ripido, alla stanchezza, al fatto che dopo poco mi verrà il fiatone e non sono pronta a farmi vedere così da te.
Ma dovrei.

Vorrei lasciare da parte le mie paure, perché ho quella sensazione tipica.
Che sensazione?
Che con te ne valga la pena.
Dovresti proprio chiuderle in un cassetto, le tue paure.
Dovrei.

Avrei bisogno di chiederti delle cose per mettere un po’ in ordine il mio passato, perché c’è questa cosa del passato disordinato che mi tormenta, come quando da bambina non mettevo in ordine la camera e dopo due giorni sembrava un campo di addestramento dei marines e mi toccava perderci ore.
Ma chiedere significa sapere. E sapere significa smettere di raccontarsi una storia e prendere atto che forse la storia aveva un inizio e una fine diversi.
Adesso vengo da te e te la chiedo, quella storia. Devo chiedertela proprio.
E tu mi guarderai e mi dirai che quella storia non è poi così importante, ora.
Ma capiscimi, devo farlo, è arrivato il momento. Non posso più vivere in un campo di addestramento.

Non riesco a dormire.
Hai fatto un brutto sogno?
No.
Hai mangiato troppo?
No.
Allora hai brutti pensieri.
Non direi.
Bei pensieri?
Non direi nemmeno quelli.
Hai pensieri in generale?
Sì, penso che vorrei dormire e non ci riesco.
È perché pensi a me.
No.
Sì invece. Ma dovresti proprio dormire.

Mi piacerebbe accarezzarti il viso e portarti  a casa con me.
Come se fossi un gatto?
Un gatto non so, ma come se ti fossi persa.
E a me piacerebbe seguirti, come se persa lo fossi davvero.
Verrai a casa con me?
No, ma dovrei.

Abbiamo conosciuto persone indegne.
Non c’è alcun dubbio.
Meno per meno fa più.
In matematica sì.
Anche nell’amore.
Non è vero.
Forse hai ragione, ma è arrivato il momento del nostro più.
E quindi?
E quindi dovremmo crearcelo, il nostro più.
Sì, dovremmo.

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Questa voce è stata pubblicata in L'amore secondo MaryG, Relazioni.

Commenti

  • Arianna Schmoliner

    esattamente io…..che dovrei…. 🙂

L'amore secondo MaryG

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