L’amore secondo MaryG

Amore ed io, una storia complicata

Frida-Diego

Il mio primo bacio fu dato in terza media, in un sottoscala polveroso.
Lui era un ragazzo poco più grande di me, amico di amici. Frequentavamo il patronato, uno dei pochi posti dove mi era concesso andare dopo aver finito i compiti, in un’epoca remotissima dove nessuno aveva un cellulare, e mia madre stabiliva a che ora sarei dovuta rientrare a casa e più che un’ora era una condanna a morte che andava rispettata, altrimenti scattavano minacce di collegi e turni di pulizie micidiali, che voglio dire, mandami in collegio piuttosto.

Il bacio fu tutto sommato un bel bacio.
Un limone epico, dissi alle mie amiche.
Un bacio mediocre, capii con il passare degli anni.
La media tra quello che si prova e quello che si ricorda dopo, decreta il risultato obiettivo. E quello fu tutto sommato un bel bacio.

So che fu lungo, perché alle medie ci si bacia a lungo, con le mani morte lungo i fianchi e il sangue che ribolle nelle vene, vivo vivissimo, le teste incollate e quasi si smette di respirare. Lui mi accarezzava il viso e un po’ mi teneva la testa, ed era amore se vogliamo, ma anche soffocamento, che a quell’età è quasi la stessa cosa.
Subito dopo ci fidanzammo; per fretta, per entusiasmo, per imbarazzo, per quella combinazione di fattori che ti investe solo quando sei adolescente. Ti baci, ti stacchi, ti guardi e ora? Boh, fidanziamoci.
Dopo due settimane mi lasciò, al telefono.

Non partimmo benissimo, io e Amore, e per tutta la vita abbiamo mantenuto quel rapporto conflittuale delle vecchie coppie. Non ci sopportiamo ma non riusciamo a vivere un solo giorno l’uno senza l’altra.
Io parlo male di lui alla gente e lui mi ripaga voltandomi le spalle.
Poi io lo cerco e lui non si fa trovare.
Io mi arrabbio urlo al mondo che non ne voglio più sapere, me ne vado sbattendo la porta e lui mi insegue, mi raggiunge e mi fa cambiare idea.
Allora io gli condendo un’altra possibilità.
E lui mi frega, mi frega sempre Amore maledetto.
Mi tradisce con una tizia con le tette più grosse delle mie che si chiama Fortuna, e di cognome Destino, e mi trovo a chiedergli quando arriverà la mia dea bendata dalle tette grosse perché di Fortuna, ma anche di Destino avrei bisogno anch’io. E lui, Amore, mi fa spallucce.
Mi dice che devo avere pazienza.
Io allora controllo nel mio software, prendo il libretto d’istruzioni, non c’è, lo sapevo che non c’era, me n’ero accorta, non me l’hanno data la pazienza, porco mondo. Mi hanno dato la fretta, l’inquietudine, un animo istintivo, la pazienza manca.
E allora mi incazzo.
-Scusa Amore, proprio di pazienza stiamo parlando?
-Ce l’hai, ce l’hai, devi solo sederti e stare tranquilla.
-Cazzo sei, Siddharta?

Finisce che cerco di barattare.
Facciamo così Amore. Dammi un uomo decente, magari non perfetto, ma uno che non sia proprio un caso umano e io ti prometto che imparo la pazienza.
E Amore che dice di volermi bene, ma in realtà mi odia come si odiano le vecchie coppie quando hanno capito che non possono più stare insieme, esaudisce il mio desiderio.
Mi manda un uomo, che non è perfetto, ma non lo sono nemmeno io. Lui si chiama Accontento. Ed essendo mio, lo chiamo Mi Accontento.
E lui mi guarda, Amore, sornione e taciturno, con le braccia conserte, aspettando l’ennesima sfuriata. Se ne sta là, seduto su un marciapiede, con il ghigno di chi sta contando.
Uno. Due. Tre.
Amore chi cazzo mi hai mandato?
Quattro. Cinque. Sei.
Dai, ma sei serio?
Sette. Otto. Nove.
Ti pare che lui possa andare bene per me?
Dieci.
No cretina, ma tu avevi fretta.

E allora io capisco la lezione, rimpiango le punizioni di mia madre, quel collegio che lei pensava fosse un castigo ed invece era sogno proibito, caccio Mi Accontento e ricomincio a Whatsappare con Amore, che però visualizza e non risponde. È  pure permaloso, roba da matti. 
Allora io mi metto il rossetto più bello, lo corteggio, gli faccio vedere una coscia per sedurlo, lui mi dice che la seduzione non ha nulla a che vedere con una coscia nuda, Che palle che sei Amore! ma alla fine cede, è maschile, Amore, una coscia è sempre una coscia. Rientra in casa, prende posto su quel divano che mi sono comprata da sola e mi dice che ci sono cose che sono arrivate in dotazione con la mia nascita, altre che mi devo conquistare, altre ancora che devo imparare. E che rimarrà con me per poco, perché finché non imparerò la pazienza, lui di una coinquilina imprudente non sa che farsene.

Amore vive con me. Bighellona sempre sul mio divano, che non è più quello che mi sono comprata da sola, ma un altro, fatto con un finanziamento che mi toglie un po’ di sangue per volta. Come Amore. L’altra sera gli ho detto che assomiglia al mio finanziamento, entrambi partono con ottimi presupposti e poi ti svuotano. Si è incazzato ma ha capito quello che volevo dire.

Sono feroce con lui, povero Amore. Lo sono con tutti quelli che amo, perché in quel dannato software che mi hanno installato sono capace di gesti di affetto eclatanti e di infinite mediocrità. Come tutti gli animi impetuosi, ho un brutto rapporto con le mezze misure.
E insomma.
Amore se ne sta sul mio divano e fa finta di non guardarmi, perché io e lui rimaniamo una di quelle vecchie coppie che si sopportano poco ma che non sanno stare distanti.
Ieri sera si è voltato verso di me e mentre nessuno ci sentiva mi ha sussurrato all’orecchio:

Vedi che hai imparato la pazienza, stronza?

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