Le mamme

Buona Festa, mamme di merda

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Una notte ti guardavo dormire. È capitato specie i primi mesi, quando senza parole non riuscivo a credere che ti avessi fatto io. Una cellula che diventa un bambino, che scherzo è mai questo?

Mi ha colpito fin da subito la bellezza della tua bocca. Avevi un mese, eri perfetto.
Così bello che avrei fatto fatica a immaginarti così.

Eppure c’era qualcosa.

Ti avevo desiderato tanto e non arrivavi mai. I mesi si erano trasformati in un anno, e un anno qualcosa di più, in attesa, in speranza, in fallimento. Poi una mattina ho fatto il test, ed era positivo, l’ho rifatto ed era positivo. Mi dispiace che non proverai mai la sensazione di metterti le mani sulla pancia e sentire che c’è qualcosa dentro. Qualcosa che desideravi, un pensiero fisso che chiedevi ad ogni stella cadente.
La gravidanza è andata bene, benissimo, mai una nausea, tanti progetti, ricordo che camminavo sorridendo, sei radiosa, mi diceva la gente.
Poi sei nato, un cesareo come tanti altri, io ero felice, tu hai pianto, un’ostetrica ti ha messo vicino al mio viso, Ciao amore, tu ti sei girato verso di me, e hai smesso all’istante di urlare.  Quello, lo ricorderò come il momento più bello della mia vita.

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Eppure c’era qualcosa.

La gente mi chiedeva come stessi e io rispondevo “stanca”. Mi sentivo stanca, esausta, ma non c’entrava il sonno. Tu dormivi, io dormivo. Non era il sonno, amore mio.
Era la sensazione di non essere più sola, io che mi sentivo completa anche senza di te.

Erano le persone che con modi invadenti mi dicevano come avrei dovuto comportarmi, Devi allattare! Smetti di allattare che non hai latte buono! Ma fatevi i cazzi vostri.

Era la responsabilità di avere un’altra vita che dipendesse completamente da me.

Era il pensiero che non sarei più potuta tornare indietro.

Era il panico di non avere più tempo per una doccia. Per un aperitivo. Per un viaggio. Ed io ero una che in si metteva lo shampoo, il balsamo e la crema per le doppie punte. Ero una da scrub. E da un giorno all’altro ho imparato a fare pipì con una mano sola, con te in braccio.

Ho pensato che non avrei più visto il mondo.

Mi sono sentita in trappola.

Si può amare qualcuno così tanto da guardarlo e sentire il cuore esplodere d’amore e poi esserne così stanca? Già stanca? Avevamo iniziato da pochissimo la nostra avventura ed io ero esausta.

Una notte mentre ti guardavo ho pensato di andarmene.
È stata una frazione di secondo; metto qualcosa in valigia, ho pensato, lascio un biglietto vigliacco, apro la porta in silenzio, esco in punta di piedi, nei film lo fanno, potrei farlo anch’io.
Ed ho pianto. Mi sono vergognata di me, di quei pensieri schifosi, mi sono sentita indegna, il senso di colpa mi guardava negli occhi. Ho pianto così forte che ti sei svegliato, ti ho sollevato dalla culla e ti ho stretto al cuore.

Era un’idea di merda, ero una madre di merda, così ingrata, così inadeguata, così fragile, io, che sono sempre stata una roccia, una di quelle che i problemi li affrontava di petto, con il sorriso arrogante.
Scusami amore mio, scusami se non ero pronta a te, pacchetto magnifico che ho avuto la fortuna di conoscere, di baciare, di crescere.

Scusami amore se pensavo che sarebbe stata più facile.

Scusami amore se alle volte non ho avuto pazienza, se ti ho lasciato con il papà mentre io andavo a prendere aria, se ho tirato un sospiro di sollievo quando ti ho iscritto al nido. E scusami pure per tutte le volte che sono venuta a prenderti prima, perché avevo talmente tanta voglia di vederti, che non resistevo ad aspettare. Mi piazzavo fuori dal cancello dell’asilo a contare i minuti, poi entravo. Questo, a dir la verità, lo faccio ancora, ma capiscimi, sei il mio pensiero felice e si ha sempre fretta di riabbracciare i propri pensieri felici.

Scusami amore se i primi tempi ti ho amato in modo disordinato, se non sono stata capace di apprezzare le piccole cose, scusami se pensavo di più a me, se lottavo per continuare a pensare prima a me.

Mi hai insegnato tanto in questi mesi.
La pazienza.
La costanza.
L’amore infinito.
A sorridere quando cadi, dimmi, c’è una cosa più crudele di dover sorridere quando il cuore trabocca di paura? Ma tu stai iniziando a camminare, cadi, cadi spesso e mi guardi e io rido Dai che non ti sei fatto niente, e tu ricacci dentro le lacrime e io vorrei far esplodere le mie, perché ogni volta che cadi il mio respiro si blocca.

Gli estranei dicono che sarai un bambino viziato perché preferisco tenerti in braccio, perché ti bacio troppo, ma santoddio si può baciare troppo?, perché ti faccio vedere i Teletubbies e pure il rally, perché ad ogni tuo pianto io corro, come se l’educazione si misurasse in lacrime versate.

Passo ancora molte notti a guardarti e spesso scrivo un diario che prima o poi ti darò e tu scoprirai un ammasso di donna piena di imperfezioni, di mancanze, di piccolezze, e di adorazione. Speriamo che tu colga tutta l’adorazione, perché se potessi vedermi ora, con gli occhi che brillano mentre scrivo di te, la vedresti di sicuro la mia adorazione. Ora quando mi chiedono come sto, non rispondo più che sono stanca, rispondo che sto bene, e sto bene davvero.

E il diario serve anche a un altro scopo: voglio che tu sappia che sì, sono stata una madre di merda, a volte lo sono ancora, ma sono una madre di merda che ti ama tanto. Anche quando ti metto a letto, mi annego sul divano e mi rendo conto di essere sfinita. E ti ho amato infinitamente anche quando singhiozzando pensavo di non farcela, e quando un minuto dopo ti ho facevo volare in aria ridendo a crepapelle, con le vecchie che ci guardavano stizzite di fronte a cotanto baccano.

Ciao cucciolo, male che vada ti pagherò una brava terapeuta.
Per sempre tua,
Mamma.

 

Buona festa della mamma, mamme di merda!

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