Gli abbiamo tagliato le palle

C’era una volta il maschio degli anni’50.
A cui veniva servita ogni mattina una ricca colazione da un moglie che gli saltellava felice intorno per poi salutalo con la manina quando lui, il capofamiglia, il maschio alfa, il centro dell’universo, in pratica Dio, andava a guadagnare quei soldi che garantissero un sostentamento dignitoso alla prole e alla consorte.
Non importava che la donna si occupasse della casa, dei figli, della gestione della quotidianità di tutti, persino del gatto e dell’economia domestica, lui, Dio, pensava a mantenere la tribù. E di conseguenza aveva un ruolo sociale importantissimo. Era L’UOMO.

Poi è accaduta una cosa bizzarra. Nel giro di vent’anni, la manina quella moglie l’ha usata per imbracciare una 24 ore e andare a lavorare. Ma non solo. Ha continuato a pensare alla casa, ai figli, al gatto.
Ha cominciato a curare la sua istruzione prima, e ad essere ambiziosa in ufficio poi, si è formata e informata, si è specializzata, si è iper specializzata, ha cominciato a gestire i soldi dei clienti e non solo quelli del consorte, ha viaggiato ovunque, imparato lingue straniere, confrontato chi aveva a casa da chi le sorrideva fuori, portato il gatto a castrare e insieme a lui, il marito.
Perché di punto in bianco gli uomini non sono serviti più a un cazzo. O meglio. Hanno percepito di non servire più a un cazzo.
SBAM.
Da Dio al quale la famiglia rendeva omaggio ogni sera per il cibo in tavola, si sono trasformati in coinquilini. Spesso sgraditi, spesso di troppo, spesso considerati inutili.

E così le madri di tutto il mondo si sono trovate ad allevare figlie femmine capaci, indipendenti, sicure di se stesse, economicamente competitive, le prime della classe, quelle a cui affidare intere nazioni, ma si sono scordate di educare i maschi ad essere i giusti compagni di queste nuove Wonder Woman.
Ci siamo trovate dentro una generazione di femmine d’acciaio e di maschi allevati come se fossero ancora i protagonisti di Via col Vento, in una società però che li voleva alla pari, in grado di supportare la nuova specie di femmine Alfa, colma però ancora di retaggi culturali antichissimi.

In pratica bambina puoi essere quello che vuoi, beccati sto super ego, la poltrona dell’uomo, il mutuo a nome tuo, la bolletta da pagare da sola, ma non lo vuoi un Principe Azzurro che ti salvi e che ti faccia sentire femmina?
In pratica bambino, sei stato educato come tuo padre, peccato che nel mezzo ci siano state una rivoluzione sociale e una sessuale, non dirmi che ti senti castrato e intrappolato in un ruolo di maschio arcaico dove non ti viene riconosciuto più niente, vero? Beccati un po’ di testosterone in pillole, ti servirà.

La cosa bizzarra è che è cominciata una guerra di sessi sull’onda del Sono meglio io. Donne incazzate per essere state succubi per centinaia di anni, facevano pagare alla generazione successiva tutti i peccati maschili, dalla cintura di castità in poi, passando dalla Santa Inquisizione e terminando con Mickye Rourke che si aspettava che nel 2000 ci bagnassimo ancora davanti a un maschio sicuro e a un giubbotto di pelle (e c’aveva ragione s’intende, perché Mickey Rourke è come l’eye-liner, non passa mai di moda).

Il punto è che oggi una guerra tra i sessi è la cosa più dannosa che possiamo creare, una guerra dove non esistono vincitori, ma solo vinti.
Più che mai oggi l’uomo è fondamentale. Avendogli strappato di dosso il ruolo di unico alfa nella società, dobbiamo anche considerare che avere al proprio fianco un pari, sia effettivamente una figata. Un uomo che sia un nostro fan (e noi il suo), un complice, colui che riesce a gioire dei nostri successi senza pensare che gli abbiamo tagliato le palle per farci un rito di fertilità che terminerà con un viaggio in Spagna per essere artificialmente fecondate.
Un uomo che non venga scelto perché si impone nella nostra vita, ma perché rende migliore la nostra vita.

Sia chiaro, la rivoluzione femminista è stata fondamentale, ma ha preso una piega nella quale non ho nessuna intenzione di riconoscermi.
Perché se da un lato supportiamo la donna che espone serafica la propria non più  “antica femminilità”con frasi come Io non cucino, non stiro, non sono la colf di nessuno, non voglio figli, non voglio manco un pesce rosso, dall’altra non accettiamo un cambiamento di rotta della psiche maschile. Ci aspettiamo sempre che gli uomini siano maledetti, stronzi, inaffidabili, che si becchino i nostri NO a cuor leggero senza pensare che ogni NO è una pugnalata al loro – già – fragilissimo ego, che non piangano mai, e quando scopriamo che celano lati femminili sviluppati, ne siamo terrorizzate e li tacciamo con etichette spicciole, banali, offensive.

Eppure dobbiamo pensare che il femminismo che tanto ci ha dato in termini di diritti, è soprattutto questo.
Poter scegliere.
E se possiamo scegliere per noi, allora anche l’uomo può scegliere per sé. Possiamo decidere se vogliamo dei figli oppure no, fare carriera oppure no, fare la casalinga, perché le donne fighe non sono mica solo quelle che girano il mondo, ma pure quelle che decidono che occuparsi della casa come una sacra missione di vita. Il femminismo lascia la più grande libertà. Poi sta a noi decidere cosa fare, cosa scegliere, perché impegnarsi su più fronti e riuscire ad eccellere in tutti è una pia e pericolosa illusione.
E sulla stessa scia dovremmo cercare di dare all’uomo la stessa libertà che pretendiamo – giustamente – per noi stesse. Cerchiamo quindi di evitare risate stupide se in una famiglia la donna lavora e l’uomo sta con i figli. Cerchiamo di educare anche i maschi alla scelta, e non allo stereotipo. Cerchiamo di non guardare con profonda gratitudine un uomo che sparecchia, perché non c’è scritto da nessuna parte che a parità di orari di lavoro e di impegni, la donna debba servire la cena.

E tentiamo anche di non scordarci che la strada verso la parità è ancora lunga, perché se una donna fa carriera è perché ha sicuramente fatto un pompino al suo capo.
O il suo capo la vuole scopare. O suo padre conosce qualcuno. O il suo fidanzato è uno importante. Un uomo invece è sempre e solo bravo.
Se una donna alza la voce è perché non tromba.
L’uomo è perché è deciso.
Se una donna è nervosa è perché ha il ciclo.
L’uomo urla è solo circondato da scemi che non capiscono niente.
La donna viene ammazzata perché non è stata capace di ribellarsi.
Se stuprata è perché troppo poco vestita.
Se insultata è perché ha parlato.

Siamo lontani dalla parità. Ne dovranno passare di ricorrenze, di feste della donna, di giornata contro la violenza, prima di capire che la parità passa soprattutto dalla consapevolezza che non siamo vittime a priori, dalla consapevolezza che possiamo salvarci da sole, dal coraggio di andare fino in fondo e scegliere quello che è meglio per noi. Anche se non fa rima con uomo, o famiglia, o figli. Ma se decideremo di dare una possibilità a questi uomini, trattiamoli anche noi come pari, con pari diritti e pari possibilità (specie emotive).

Perché alla fine questo 8 marzo più che la festa delle donne dovrebbe essere la festa della libertà dell’individuo. Qualsiasi cosa decida di essere.

Questa voce è stata pubblicata in MaryG world, Mondo femminile.

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