Mondo femminile

Quelle come me, Bulimiche di Vita

Le riconosci da lontano le Bulimiche di Vita.
Le riconosci da quando sono ragazzine, perché nel branco di quelle perfette, con la camicia nei pantaloni e la cintura abbinata alle scarpe, stonano. Sono più rumorose delle altre, hanno i capelli in disordine, la bocca aperta, quei piedi che non stanno mai fermi, Dai piedi state buoni su, ancoratevi a terra.
Sono quelle che ingurgitano vita perché non sanno fare diversamente.
Hanno paura dei rimpianti più dei rimorsi e credono che chiedere scusa risolva sempre un po’ tutto, ma intanto tra uno Scusa e un Permesso, si fanno largo come centurioni romani, con armature calate addosso per proteggerle.

E la cosa divertente è che capiscono troppo tardi che per proteggersi ci vuole un’arte, una scuola apposta che si chiama Indifferenza, una scuola che non hanno nel loro software e quindi nella sofferenza ci si buttano, prima a capofitto, poi in modo cauto, ma solo quando è troppo tardi, quindi si portano addosso, e nel cuore e nei polmoni e sulla pelle, quelle battaglie da cui ne sono uscite sconfitte. Hanno assemblato cicatrici e tagli, e sono stanche, vorrebbero mangiare solo vita, ma chi glielo spiega che uno degli ingredienti nella vita è la delusione?
Dovrebbero vivere più al riparo e se lo ripromettono ogni volta, come scolare diligenti che si prefiggono di studiare con più impegno, così le Bulimiche di Vita si raccontano che ne hanno abbastanza, che sono stanche, esauste, ma poi ci ricadono.
Con le loro storie e le loro illusione, l’amore verso gli insalvabili, le promesse di redenzione a cui si aggrappano, quel desiderio atavico di essere quiete e costanti, loro che non hanno la più pallida idea di che cosa significa essere quiete e costanti.

Rincorrono amori sbagliati e si annoiano con gli amori giusti.
Ambiscono all’adrenalina e sognano domeniche abbracciate sul divano.
Vogliono lasciare il segno, ma scappano quando sono viste davvero.
Mangiano vita, paura, risate. Contengono tutte gli aggettivi più belli del mondo, ma quando glielo fai notare, arrossiscono.

E io me la vedo la mia Bulimia di Vita che mi conosce da quando ero bambina e che adesso mi scruta da quella vecchia poltrona in pelle rovinata e mi dice:
Mary, volevi tutto. Volevi amare, ma non lo sai che il bisogno viene confuso con l’amore? Non lo sai che a volere credere a qualcosa di rischia di credere a tutto? E in quel tutto ci sono i bugiardi, quelli che non hanno cura del cuore altrui. Lo sai che a vivere tanto si rischia di perdersi?

No, non lo sapevo e in effetti ad avere fretta di rischia di portarsi a casa il vestito sbagliato, troppo piccolo troppo grande, pieno di cuciture rovinate, di quel colore che andrà pure di moda, ma non mi si abbina con niente. La fretta fa così. Ti prende quando vuoi tutto e ti lascia con tutto sbagliato.
E allora io la guardo la mia piccola e maledetta Bulimia di Vita, che tanto ha dato e tanto ha tolto, la guardo e le chiedo un attimo di pausa, che ho un’età in cui vorrei trovare veramente magnifico stare sul divano senza qualcuno da salvare, qualcosa di immenso da portare a termine, un amore da inseguire.

Vorrei pace, silenzio, che sono grande per i sogni che scappano e sono piccola per la realtà che stagna. E allora sarebbe bello ottenere la pace per questa mia natura inquieta, mi sembra il miglior compromesso.
E lo so che la parola “compromesso” per le Bulimiche di Vita fa terrore, perché vogliono – vogliamo – tutto e subito senza aspettare, tutto a modo nostro, subito per i nostri tempi, ma ad una certa si deve anche capire che il compromesso ci permette di mangiare sentendo il gusto. Mangiare senza dover vomitare. Mangiare per il gusto di farlo, perché alla fine quello che ricorderemo sarà il sapore che ci è rimasto in bocca. Ed è meglio che sia un buon sapore.

 

Questa voce è stata pubblicata in MaryG world, Mondo femminile.

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